30 April 2011

l'io allo specchio

René Magritte - La reproduction interdite, 1937
se mi guardo in foto mi sembro gonfia, grande, grossa, come in realtà sono. Lo stesso mi capita quando per caso capita di vedere la mia immagine riflessa in una vetrina o uno specchio. Solo che, questa percezione cambia immediatamente quando, subito dopo, mi guardo di nuovo.
Credo che il mio cervello faccia un fotoritocco automatico e mi distorca la realtà. Ne ho la conferma perchè quando riguardo la foto, quel gonfiore che ho visto la prima volta, mano a mano si ridimensiona.
Potenza della mente. Pensavo fino a poco tempo fa che fosse un meccanismo di autodifesa creato da me stessa, per rendere meno dolorosa la mia realtà di obesa. Invece ho imparato che questo meccanismo ha radici ben più lontane, dimostrate da diverse teorie psicologiche e altrettanti neurologi, psichiatri e psicoterapeuti da Freud a Lacan.
Fra le varie letture su "l'immagine corporea", ho trovato molto interessante un articolo dal titolo "Cosa vedi quando ti guardi allo specchio?", scritto dalla psicologa Gloria Volpato. E' lungo, ma vale la pena di leggerlo fino alla fine. Questi i passaggi che più mi hanno colpito:

(...)«Dall'immagine del corpo al corpo immagini-nato
(...)
Passiamo da un corpo letteralizzato, oggetto fatto di pesi e misure, ad un corpo soggettivo, luogo della nostra esperienza di vita. Usciamo da un auto-inganno, in cui il corpo è qualcosa da mostrare, una maschera moderna fatta di fissità dietro la quale nascondere le nostre imperfezioni, ed entriamo nel mondo fatto di chiari-scuri, in un'ottica più dialettica tra il mondo fuori di noi ed il mondo dentro di noi, tra immagine corporea che riflette un riflesso del nostro animo ed il corpo che si tocca, che si sente, che si vede, in un movimento continuo incessante, come incessante è il fluire della vita.
E tra l'immagine corporea ed il corpo non c'è evidentemente un passaggio diretto, immediato, come non basta fare delle cose per sentire che stiamo vivendo. C'è un passaggio obbligatorio, senza del quale un avvenimento non si sposterebbe dall'esterno all'interno, cioè non diviene parte di noi. E quel passaggio a cui mi riferisco, è quel complesso processo psicologico che ricorda la digestione.
In altre parole, finché guardo il mio corpo da "fuori", esso resterà un estraneo, come una parte di noi che giudichiamo e che non sentiamo appartenerci. Ma cosa succede se iniziamo ad accogliere l'estraneo, ad ascoltarlo, ad osservarlo nelle sue manifestazioni con lo stesso atteggiamento con cui guarderemmo un paesaggio? 
Così come non diremmo mai "questo tramonto dovrebbe essere più rosso" oppure "queste montagne dovrebbero essere più alte al centro", perché lo stupore viene naturale, con lo stesso atteggiamento, con lo stesso sentimento di meraviglia potremmo darci il permesso di guardarci da questa nuova prospettiva, anche solo per creare nuove, ulteriori immagini di noi, senza delle quali non è possibile abbandonare le vecchie. Il che non vuol dire entrare in contatto con sensazioni o visioni necessariamente positive o piacevoli, ma darsi semplicemente il permesso di osservare il nostro corpo in tutte le immagini e sensazioni che esso ci provoca, ci induce, ivi comprese quelle mostruose, caricaturali, goffe, minacciose, vergognose, ideali.
Il processo digestivo, quel meccanismo che ci permette di appropriarci di ciò che ci accade e di ciò che siamo,  inizia proprio dall'imparare un metodo di osservazione, lo stesso che ci insegnano quando si studia un'opera d'arte, con curiosità sull'autore, sulle emozioni che ci provoca, sul periodo storico e così via. 
Come nel sistema mediatico di internet, scopriamo che il nostro corpo può funzionare come un enorme portale attraverso il quale aprire nuove finestre, perdersi e ritrovarsi, come all'interno di una galleria di immagini, tutte specchi di un'essenza, la nostra, i cui contorni sfumati sono in continua evoluzione, in continuo cambiamento. 
Ed è questo tipo di digestione che doma l'appetito, che ci dà quel senso di sazietà, di pienezza che ci può far uscire dai gironi infernali della compulsione al fare, al comprare, al mangiare, al bere, al cercare sempre nuovi stimoli ed eccitazioni. 
E ancora. Le immagini che abbiamo di noi possiamo comunicarle per sperimentare cosa esse provocano nell'altro o viceversa: che cosa provocano in noi le immagini che gli altri ci porgono? Come in un gioco di specchi i cui riflessi immaginativi evocano nuove immagini, il corpo può aprirsi alla danza dei significati, delle possibilità, dell'incontro tra mondi diversi. Non si tratta solo di esplorare "cosa" vediamo di noi, ma portare anche l'attenzione sul "come" ci vediamo, ovvero in che modo ci avviciniamo a noi e al nostro corpo. Perché è proprio attraverso l'esplorazione di questo "come" che possiamo scoprire le idee di base e preconcette che pilotano il nostro modo di stare nel mondo e di costruire le immagini di noi stessi: perché, ci ricorda Hillman "un'immagine non è un contenuto che vediamo, ma un modo in cui vediamo". 
E ancora. Se la via régia all'inconscio è il sogno, come diceva Freud, e se il sogno è primariamente un'immagine - oneiros (sogno, in greco) significa "immagine" -, allora possiamo a ragione pensare che le immagini suscitate dal nostro corpo, dal nostro modo di vederlo, abbiano, a ragione, a che fare con la dimensione del nostro profondo e possiamo accogliere l'idea di Hillman che fare immagini sia una via règia per fare anima, indicandoci il potenziale di conoscenza di noi stessi che proviene dall'essere in contatto con le nostre immagini e la nostra fantasia. 
Ma anche, ci apprestiamo a guardare il corpo, come uno scenario, e a pensare le immagini corporee come fonti di ispirazione per creare dei personaggi con cui raccontare storie o, in una logica più teatrale, immaginare un'esibizione, in cui l' "immaginatore" svolge un ruolo o fà parte del pubblico, ma è comunque coinvolto. 
Dunque, da un'immagine del corpo ad un corpo Immagin-ato. Tutto questo ha uno scopo ben preciso e cioè fondarsi su un corpo, a cui ridare nobiltà e per cui poter dire "Io sono il mio corpo", ma anche utilizzare la stessa via che ha prodotto disagio, quella della creazione di un'immagine, che nel caso del disagio è vissuta come negativa, per curare e produrre, in ultima analisi, quello stato di equilibrio tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori di noi che chiamiamo ben-essere.
E l'immaginazione non significa scappare nella fantasia, fuggire dalla realtà, come qualcuno potrebbe obiettare, ma significa attivare quel mezzo senza del quale ricadremmo nelle stesse, ripetitive, infruttuose modalità con cui cerchiamo di rimediare ad una precaria immagine di noi stessi.
In altre parole, l'immaginazione ci apre alla creatività, dove lasciare che l'immagine corporea diventi una molteplicità di immagini, come una molteplicità di specchi, che ci muovano lontano da una visione rigida e stereotipata di noi stessi.
(...) 
Si intravede sempre di più come l'immagine corporea, declinata in tutta la sua complessità di elementi culturali, sociali, relazionali, familiari, di dialoghi interni, di emozioni va ben oltre un semplice riflesso, ma è l'ipse ego sum (questo sono io), è il poter iniziare a dire chi siamo, lo scoprire che rapporto abbiamo con noi stessi e con gli altri, è lo scoprire le origini del nostro modo di stare al mondo.
Cosa della mia esperienza presente e passata ha contribuito a far si che io oggi mi rappresenti in questo modo? A cosa mi serve vedermi in questo modo? Che tornaconto ne ottengo nella mia vita? Se questa immagine è la base inconsapevole, attraverso la quale leggo le mie esperienze, posso accorgermi anche della pericolosità di un'immagine di me negativa rispetto al futuro che vado costruendomi, perché ogni nuova esperienza passata attraverso un setaccio di tal sorta non può che generare malcontento e insoddisfazione o l'esperienza dolorosa di rifare (e adesso capiamo un po' perché), gli stessi errori. 
L'immagine corporea ci appare ora in tutta la sua natura psichica ma anche nel la sua intrinseca funzione di creare la realtà soggettiva. Quindi L'immagine corporea come riflesso, proiezione del nostro esperire ma anche proiettore, strumento di creazione di esperienza.
Allora, cosa vediamo quando ci guardiamo allo specchio?
A partire da una figura simmetrica, identica a noi, ma che sta da un'altra parte, di là da una tersa superficie di vetro o di metallox si apre un mondo tra i più ricchi e intriganti, non trovate?
Perché nel guardarci allo specchio, come Lacan sostiene, c'è, sin dall'infanzia un tentativo di conoscenza di sé, ed in effetti la cosiddetta "fase dello specchio" del bambino segna un passaggio importante nel percorso di formazione dell'identità dello stesso. Da un giorno all'altro, succede che un bambino guardandosi allo specchio si guardi e capisca che l'immagine riflessa non è di un altro bambino ma che è lui stesso. Da questo fatto Lacan fa derivare la nascita dell'Io. 
Da questo punto di vista potremmo considerare "il guardarsi allo specchio" un'azione che mantiene quest'ottica guardandola quindi come quel gesto che compiamo quotidianamente e che più o meno consapevolmente ha a che fare con l'interrogarsi su come ci sentiamo, come ci apprestiamo ad affrontare la giornata. 
In altre parole, è un modo per prendere contatto visivo con noi stessi, il nostro sentirci, o meno, integri (non a caso si usa l'espressione "sentirsi a pezzi"). 
Dunque, l'identità ed il rapporto con lo specchio come incontro con chi siamo.»

Ritornando a me, alla luce di tutte queste spiegazioni, l'immagine corporea che ho di me, coincide con quella reale solo nell'immediato. E' subito dopo che attivo meccanismi di auto-difesa per compiacermi. 
Sono curiosa di vedere cosa succederà quando perderò peso. Già da ora non riesco proprio ad immaginarmi o visualizzarmi da magra. Mi chiedo, riuscirò a vedermi per come sono e incontrarmi con me stessa?
Allo specchio interiore l'ardua sentenza.

25 April 2011

la strada del vino e dei pensieri


per questo week-end lungo di Pasqua siamo stati sulla cosiddetta Weinstraße (strada del vino) lungo la Mosella, per la precisone ad Alken, insieme ad una coppia di nostri carissimi amici. 
Loro erano arrivati una mezz'oretta prima di noi. Salutandoci, ho visto fra le mani di Rianne una tartarughina di terracotta. Allora le ho chiesto dove l'avesse presa e lei mi ha indicato un negozietto di souvenir poco più avanti rispetto a dove eravamo noi. Le ho chiesto se avesse notato anche dei gufi, dei quali io vado pazza, ma lei non ci aveva fatto caso. Così ci siamo diretti tutti e cinque, verso quel posto. 
Appena entrata sembrava d'essere nel paese delle meraviglie. Immediatamente ho individuato i miei gufi! Mi sono girata intorno per vedere se ce ne fossero degli altri e, non trovando nulla, ho deciso di chiedere al proprietario, un gentiluomo sulla settantina che mi ricordava il nonno di Heidi! Gentilissimo, mi ha indicato un angolo pienissimo di gufi, tanto che sono andata nel pallone e non sapevo più che scegliere. Alla fine ne ho presi 5 e, visto il prezzo, nel mio tetesco stentatissimo, sorridendo ho chiesto al signore uno sconto. Lui mi ha capito subito e mi ha sorriso e mentre incartava i gufetti, mi ha detto il prezzo scontato facendo il conto su 6. Io, che non me ne ero neanche accorta, gli ho detto che si meritava un bacio per l'ottimo sconto. Lui, resosi sonto che ne avevo presi solo 5, dallo scaffale alle sue spalle, ha preso un altro gufetto e me lo ha regalato.  Contentissima e soprattutto sorpresa dalla sua generosità, il bacio gliel'ho dato veramente e di cuore! Lui mi ha detto che ero molto bella e solare e che mi augurava tanta fortuna. Poi ha offerto a tutti noi un liquore di frutti, buonissimo. Con un cin cin e tante risate, la vacanza non poteva iniziare meglio! Che persona splendida! Mr. Gordilla, mi ha detto che con il mio entusiasmo era evidente che avevo donato gioia a quell'uomo. Io gli ho detto che era lui, con la sua bontà e dolcezza, ad aver reso speciale la mia giornata! 
Per tutto il tempo, abbiamo avuto sole splendente e temperature intorno ai 24°. Queste giornate le abbiamo trascorse passeggiando sui vari percorsi naturali fra Koblenz e Trier, e godendoci le bellezze e le bontà locali. 
La mattina colazione abbondante e via a camminare. Di sera verso le 18.00 rientravamo nella nostra pensione a gustare le prelibatezze della casa, pasteggiando con gli ottimi Riestling da loro prodotti. 
Tutte queste meraviglie sono state un pò disturbate dalla presenza nei miei pensieri della discussione avuta mercoledì scorso con la mia vicina di casa, Barbie, risoprannominata per l'occasione anche Psyco. Come si può intuire dai soprannomi, si tratta di una donna psicotica, molto cafona e fondamentalmente stupida, che evidentemente aveva voglia di scaricare su di me le sue tantissime frustrazioni. Solo che aveva fatto male i conti visto che, non potendone più della sua arroganza e cafonaggine, con molta tranquillità sono stata io a darle il benservito. Mantenere la calma con lei, mi è costata molta energia, in più non mi è andato giù il fatto che quella bambola di plastica avesse disturbato la mia ritrovata serenità. Per tutte queste ragioni, non sono riuscita a rimuoverla completamente dalla mia testa. E questo ovviamente mi fà incazzare. 
A parte la presenza stonata, per fortuna intermittente, della Barbie, la mini vacanza è stata davvero molto piacevole.
Ho anche colto l'occasione per informare i nostri amici, del mio percorso bariatrico. Le loro reazioni sono state di sincera  ammirazione per il coraggio che sto dimostrando nel fare una scelta di questo tipo. E, come del resto immaginavo, mi hanno offerto il loro sostegno incondizionato.
Proprio dopo questa vacanza, una vena di malinconia sta cominciando a serpeggiare dentro di me. 
Non posso non pensare al fatto che dopo l'operazione, qualunque essa sia, l'atmosfera di convivialità a tavola, non credo potrà essere la stessa di quella goduta, per esempio, in queste sere in compagnia dei nostri amici. E non parlo di quantità nel mangiare, anche perchè io ho mangiato esattamente le loro stesse porzioni, ma proprio della spensieratezza e naturalezza nel farlo.  
Fra un pò dovrò stare attenta a tutto quello che manderò giù, e questo mi sembra l'antitesi della spontaneità a tavola, che per me non vuol dire ingozzarsi senza ritegno. Temo questo aspetto e l'impatto che potrà avere su di me. 
Spero solo di smentirmi.

18 April 2011

basta poco

inizio settimana senza appuntamenti ospedalieri. Le ultime tre settimane sono stata così iper impegnata ad andare e venire dallo Slotervaart, che oggi non mi sembrava vero di essere rientrata nella familiarità del mio tran tran quotidiano.
Dopo aver preparato la colazione a Billa, ho pulito un pò casa, la primavera si sente anche in questo. Alle 12.40 Ronald ha preparato il suo tipico sandwich e, fra una chiacchiera e l'altra, abbiamo pranzato.
Alle 13.10 mi sono messa in bici direzione scuola. Ogni lunedì, faccio un'ora di volontariato nella classe di Isabella. A turno, con un paio di bambini che mi indica la maestra, faccio dei giochi educativi e interattivi al computer. Erano tre lunedì che saltavo questo appuntamento. Quando ho finito, mi sono intrattenuta con Astrid, la maestra, e insieme abbiamo deciso i programmi da utilizzare con gli altri bambini nelle prossime sessioni.
Pedalando verso casa, pensavo alla festa che i bambini sempre mi fanno quando arrivo a scuola: chi mi corre incontro e mi abbraccia, chi mi saluta sbracciandosi da lontano, chi urla il mio nome. E mi sono resa conto di quanto sia bella questa spontaneità e soprattutto quanto mi sia mancata.
Più tardi nel pomeriggio, mi sono seduta nel mio giardino tutto in germoglio e in fiore, sorseggiandomi un fraffè (frappè al caffè) e godendomi l'abbraccio caldo del sole che splendeva nel cielo azzurro.

Just a perfect day!

07 April 2011

riflessioni

oggi leggendo sul forum alcuni racconti di resoconto post-operatorio, e altri di chi è in attesa dell'operazione, qualunque essa sia,  ho notato che l'aspetto fondamentale che viene sempre in evidenza, è il desiderio fortissimo che i chili vadano via, come a testimoniare la rivincita dopo tante sconfitte. E questo mi ha portato a riflettere su come mi sento io al riguardo.
Ecco, per quanto assurdo possa sembrare, io non ci penso proprio ai chili che perderò, nè faccio fantasie su di me "magra". 
Quando penso all'operazione, immagino solo come mi sentirò poco prima e subito dopo, come dovrò mangiare e bere, le vitamine, i capelli che forse cadranno, la debolezza. Ma ai chili che se ne andranno no, non ci penso proprio.
Sarà perchè sono veramente in pace con il mio aspetto, o perchè non ho altri problemi di salute seri dovuti alla mia obesità, oppure perchè è tutto così veloce che non me ne rendo conto fino in fondo, resta il fatto che la mia motivazione ad oggi per questa operazione, è solo preservare la mia salute futura. La "leggerezza" che da essa ne deriverà, non attraversa il mio cervello che, evidentemente, ha solo un'immagine consolidata di me. 
Forse dopo l'operazione, quando i chili cominceranno veramente ad andare via, e io mi sentirò davvero leggera, cambierà tutto. Non lo so. 
Per ora, strano per quanto possa sembrare anche a me stessa, è così che mi sento.  

06 April 2011

psicologia bariatrica

l'altro ieri, dopo avergli dato una rapidissima occhiata in macchina l'ho risposto nella cartellina e lì vi è riamasto fino a stamattina, quando finalmente mi ci sono dedicata con calma. Parlo del questionario per lo screening pre-operatorio, che dovrò spedire al poli Psicologia prima della visita di giovedì prossimo.
Venti pagine di domande! Da quelle di routine riguardanti l'anamnesi in generale, la cronistoria della lotta contro i miei chili, a quelle sulla conoscenza dell'operazione, le mie motivazioni, le mie aspettative, il mio modo di mangiare (quando, quanto, dove, come, perchè), fino alla sezione più squisitamente psicologica del profilo. In pratica, questa parte era l'unica che differiva dalle domande che mi erano già state poste dalla dietista lunedì scorso. Ecco perchè, come mi era stato detto proprio dalla sig.ra Bekenkamp, i due appuntamenti andavano fatti insieme. E va be',  prendiamola con filosofia: repetita iuvant.
Delle 90 domande in totale, mi hanno particolarmente colpito queste:

83. In generale come reagisce alle difficoltà e alle avversità della vita? (risposta multipla possibile)
Io ho crociato su queste opzioni: cerco il sostegno degli altri; chiedo consiglio agli altri; cerco attivamente di trovare una soluzione;  lascio trasparire le mie emozioni (rabbia, fastidio, delusione), e mi sfogo con qualcuno o qualcosa; cerco di relativizzare e darmi coraggio; condivido i miei sentimenti/emozioni con altri.
(n.d.Do) Sul relativizzare ho ancora parecchia strada da fare, perchè l'impulsività e le emozioni, irrazionali per definizione, mi portano spesso ad essere avventata nelle reazioni. Solo la testa mi aiuta a fermare questo processo e vedere le cose con razionale chiarezza, ma mi costa non poca fatica, come dimostra la storia recente. 

84. Descriva se stessa in poche parole (lati positivi e negativi)
Intelligente, emotiva, autoironica, (auto)critica, buona, diretta, tendenzialmente pessimista, testarda, divertente, fumarola, imparo dai miei errori, insicura/impaurita dell'ignoto, coraggiosa, impulsiva (sempre meno, per fortuna!).

85. Come la descriverebbero il suo partner e altre persone a lei care?
Qui mr. Gordilla, intervistato da me, è stato velocissimo: troppo buona/disponibile, intelligente, emotiva, bella, generosa, amorevole, ha difficoltà a relativizzare, tende al pessimismo, ha paura dell'ignoto, coraggiosa, diretta/onesta, ha uno spiccato senso dello humor, affidabile, sempre più efficiente. 
(n.d.Do) E su quest'ultima definizione ci siamo messi a ridere in simultanea perchè è verissimo! Quando sono arrivata qui ero l'italiana media: tutto un pò a sensazione ("a occhio", come si dice da noi) e lasciato al caso. Dopo 9 anni d'Olanda mi sono nordicizzata un pò in termini di organizzazione e pianificazione del quotidiano e del lavoro, tutto, va da sè, a vantaggio dell'efficienza. Attenzione: pure prima ero efficiente, solo che mi costava il doppio del lavoro! 

Fiuuuuu che fatica! Dopo tutto questo papiro, però, una domanda mi nasce spontanea: di che parleremo giovedì prossimo con la psicologa?!

04 April 2011

come uno specchio

voglio esprimere la mia gratitudine a tutti coloro che dal forum di Amici Obesi, mi aiutano in questo momento difficile.
Ho conosciuto questo forum per puro caso mentre facevo ricerche sulla chirurgia bariatrica.
La mia storia è la stessa della maggior parte di voi. Una storia di ciccia, di umiliazioni, di fallimenti, di vergogna, di speranze disattese, di tristezza, di solitudine e anche, e non di meno, di malattia e di coraggio.
Quando ho cominciato a leggere nelle diverse rubriche come si parlava senza falsi pudori di tutti i problemi e di come, in tutte le reazioni, si trovava conforto, sostegno, ma anche critica costruttiva, mi sono detta: finalmente sono a casa!
La mia storia differisce da quella della maggior parte di voi solo per il fatto che io vivo in Olanda. Quindi il percorso di guarigione che ho intrapreso, è reso certamente più difficile dal fatto di non avere compagni di viaggio con esperienze nell'ospedale dove sono in trattamento io. 
Mi sono anche iscritta ad un forum olandese (molto consigliato dall'ospedale e da vari siti specializzati), ma lasciatemelo dire, non c'è paragone. Lì si parla solo in maniera quasi descrittiva di tutto quello che succede. Nessuna informazione personale critica o costruttiva, nessun aiuto concreto da chi ci è già passato. E' tutto molto superficiale e sterile. L'ho subito abbandonato.
La mia casa è qui e sono contentissima di avervi incontrati. L'aiuto diretto e indiretto che mi avete dato, e continuate a darmi, non ha prezzo e voi sapete di cosa parlo.
Ho preso recentemente la decisione di farmi operare ma sono in forte dubbio sul tipo di operazione da fare, Gastric Bypass o Sleeve, pur avendo una preferenza istintiva verso quest'ultima. Il mio destino lo deciderò insieme al chirurgo il mese prossimo, almeno spero.
Sono solo all'inizio e da quello che già so, nell'arco di tre mesi da ora, credo, la mia vita cambierà.
Per l'intanto condivido con voi il mio cammino, facendo tesoro delle vostre esperienze, ritrovandomi nei vostri dubbi e timori, e soprattutto gioendo dei vostri successi!
Condividere le difficoltà, aiuta a sopportarle: questo il mio motto da quando vi ho incontrato! 

GRAZIE di CUORE a TUTTI ! 

03 April 2011

equilibrio precario

ieri ho parlato con la mia vicina K. di tutto il percorso che ho iniziato, e facendolo le ho spiegato anche da dove partivo. 
Lei è rimasta molto colpita da quello che le ho detto e di come gliel'ho detto. Ha espresso ammirazione per la scelta difficile che sto facendo e soprattutto per la chiarezza d'idee che dimostro. Io le ho risposto che mi costa molta fatica, ma che solo razionalizzando posso affrontare questa sfida.
Mi accorgo, però, che l'equilibrio psicologico in cui mi trovo è molto precario e basta nulla per scuoterlo. Cambi improvvisi di appuntamento con gli specialisti, per esempio, mi rigettano nello sconforto. Nella mia testa mi sono creata davvero un percorso nel quale so di avere delle tappe prestabilite. Cambiare in continuazione questi punti d'approdo, mi sbilancia, e apre di nuovo le porte alle mie emozioni. 
Ho litigato anche con Ronald che, quando, su mia richiesta, ha telefonato al policlinico per cercare chiarimenti, in realtà non lo ha fatto, disattendendo tutti gli accordi che insieme avevamo preso sul da farsi. Avrei potuto chiamare io direttamente il poli, ma non l'ho fatto perchè lui è molto più diplomatico di me nel risolvere contenziosi. Quel suo "non fare" mi ha ulteriormente scossa. Mi sono sentita abbandonata, ho perso la presa della mia àncora e mi sono trovata di nuovo naufraga nelle mie emozioni. 
Forse ho sottovalutato l'impatto che tutta questa storia dell'operazione ha anche su di lui. Io non sono me stessa, ci sono ma è come se non ci fossi, immersa totalmente e continuamente nei miei pensieri, vengo sorpresa io stessa dalla mia quotidianità. Lui sicuramente ne risente.
Mi trovo in uno stato psicologico molto fragile e solo la stabilità e la certezza di poche cose mi tengono in equilibrio: mio marito è una di queste. Sino a poco fa, quando ho voluto chiarire con lui, lo ignorava. Gli ho spiegato che quello che per lui è solo un fisiologico cambio di programma, per me, che mi muovo su un filo, è un terremoto. Gli ho detto piangendo, quanto per me lui sia importante in tutto questo cammino: è il mio punto di riferimento, la mia zattera di salvataggio. Che quando mi risponde con sufficienza, come ha fatto in quell'occasione, per me è causa di dolore. La sua reazione mi ha confermato che non immaginava. Mi ha detto che è orgoglioso di me per come sto affrontando il tutto, perchè conoscendomi, sa che sforzo immane sto facendo per mettere da parte le mie onnipresenti e dominanti emozioni e che lui, incomprensioni a parte, è e rimane sempre al mio fianco. 
Forse sono egoista, ma in questo momento ho solo bisogno di questo e non posso, nè voglio rinunciarvi.

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