30 April 2011

l'io allo specchio

René Magritte - La reproduction interdite, 1937
se mi guardo in foto mi sembro gonfia, grande, grossa, come in realtà sono. Lo stesso mi capita quando per caso capita di vedere la mia immagine riflessa in una vetrina o uno specchio. Solo che, questa percezione cambia immediatamente quando, subito dopo, mi guardo di nuovo.
Credo che il mio cervello faccia un fotoritocco automatico e mi distorca la realtà. Ne ho la conferma perchè quando riguardo la foto, quel gonfiore che ho visto la prima volta, mano a mano si ridimensiona.
Potenza della mente. Pensavo fino a poco tempo fa che fosse un meccanismo di autodifesa creato da me stessa, per rendere meno dolorosa la mia realtà di obesa. Invece ho imparato che questo meccanismo ha radici ben più lontane, dimostrate da diverse teorie psicologiche e altrettanti neurologi, psichiatri e psicoterapeuti da Freud a Lacan.
Fra le varie letture su "l'immagine corporea", ho trovato molto interessante un articolo dal titolo "Cosa vedi quando ti guardi allo specchio?", scritto dalla psicologa Gloria Volpato. E' lungo, ma vale la pena di leggerlo fino alla fine. Questi i passaggi che più mi hanno colpito:

(...)«Dall'immagine del corpo al corpo immagini-nato
(...)
Passiamo da un corpo letteralizzato, oggetto fatto di pesi e misure, ad un corpo soggettivo, luogo della nostra esperienza di vita. Usciamo da un auto-inganno, in cui il corpo è qualcosa da mostrare, una maschera moderna fatta di fissità dietro la quale nascondere le nostre imperfezioni, ed entriamo nel mondo fatto di chiari-scuri, in un'ottica più dialettica tra il mondo fuori di noi ed il mondo dentro di noi, tra immagine corporea che riflette un riflesso del nostro animo ed il corpo che si tocca, che si sente, che si vede, in un movimento continuo incessante, come incessante è il fluire della vita.
E tra l'immagine corporea ed il corpo non c'è evidentemente un passaggio diretto, immediato, come non basta fare delle cose per sentire che stiamo vivendo. C'è un passaggio obbligatorio, senza del quale un avvenimento non si sposterebbe dall'esterno all'interno, cioè non diviene parte di noi. E quel passaggio a cui mi riferisco, è quel complesso processo psicologico che ricorda la digestione.
In altre parole, finché guardo il mio corpo da "fuori", esso resterà un estraneo, come una parte di noi che giudichiamo e che non sentiamo appartenerci. Ma cosa succede se iniziamo ad accogliere l'estraneo, ad ascoltarlo, ad osservarlo nelle sue manifestazioni con lo stesso atteggiamento con cui guarderemmo un paesaggio? 
Così come non diremmo mai "questo tramonto dovrebbe essere più rosso" oppure "queste montagne dovrebbero essere più alte al centro", perché lo stupore viene naturale, con lo stesso atteggiamento, con lo stesso sentimento di meraviglia potremmo darci il permesso di guardarci da questa nuova prospettiva, anche solo per creare nuove, ulteriori immagini di noi, senza delle quali non è possibile abbandonare le vecchie. Il che non vuol dire entrare in contatto con sensazioni o visioni necessariamente positive o piacevoli, ma darsi semplicemente il permesso di osservare il nostro corpo in tutte le immagini e sensazioni che esso ci provoca, ci induce, ivi comprese quelle mostruose, caricaturali, goffe, minacciose, vergognose, ideali.
Il processo digestivo, quel meccanismo che ci permette di appropriarci di ciò che ci accade e di ciò che siamo,  inizia proprio dall'imparare un metodo di osservazione, lo stesso che ci insegnano quando si studia un'opera d'arte, con curiosità sull'autore, sulle emozioni che ci provoca, sul periodo storico e così via. 
Come nel sistema mediatico di internet, scopriamo che il nostro corpo può funzionare come un enorme portale attraverso il quale aprire nuove finestre, perdersi e ritrovarsi, come all'interno di una galleria di immagini, tutte specchi di un'essenza, la nostra, i cui contorni sfumati sono in continua evoluzione, in continuo cambiamento. 
Ed è questo tipo di digestione che doma l'appetito, che ci dà quel senso di sazietà, di pienezza che ci può far uscire dai gironi infernali della compulsione al fare, al comprare, al mangiare, al bere, al cercare sempre nuovi stimoli ed eccitazioni. 
E ancora. Le immagini che abbiamo di noi possiamo comunicarle per sperimentare cosa esse provocano nell'altro o viceversa: che cosa provocano in noi le immagini che gli altri ci porgono? Come in un gioco di specchi i cui riflessi immaginativi evocano nuove immagini, il corpo può aprirsi alla danza dei significati, delle possibilità, dell'incontro tra mondi diversi. Non si tratta solo di esplorare "cosa" vediamo di noi, ma portare anche l'attenzione sul "come" ci vediamo, ovvero in che modo ci avviciniamo a noi e al nostro corpo. Perché è proprio attraverso l'esplorazione di questo "come" che possiamo scoprire le idee di base e preconcette che pilotano il nostro modo di stare nel mondo e di costruire le immagini di noi stessi: perché, ci ricorda Hillman "un'immagine non è un contenuto che vediamo, ma un modo in cui vediamo". 
E ancora. Se la via régia all'inconscio è il sogno, come diceva Freud, e se il sogno è primariamente un'immagine - oneiros (sogno, in greco) significa "immagine" -, allora possiamo a ragione pensare che le immagini suscitate dal nostro corpo, dal nostro modo di vederlo, abbiano, a ragione, a che fare con la dimensione del nostro profondo e possiamo accogliere l'idea di Hillman che fare immagini sia una via règia per fare anima, indicandoci il potenziale di conoscenza di noi stessi che proviene dall'essere in contatto con le nostre immagini e la nostra fantasia. 
Ma anche, ci apprestiamo a guardare il corpo, come uno scenario, e a pensare le immagini corporee come fonti di ispirazione per creare dei personaggi con cui raccontare storie o, in una logica più teatrale, immaginare un'esibizione, in cui l' "immaginatore" svolge un ruolo o fà parte del pubblico, ma è comunque coinvolto. 
Dunque, da un'immagine del corpo ad un corpo Immagin-ato. Tutto questo ha uno scopo ben preciso e cioè fondarsi su un corpo, a cui ridare nobiltà e per cui poter dire "Io sono il mio corpo", ma anche utilizzare la stessa via che ha prodotto disagio, quella della creazione di un'immagine, che nel caso del disagio è vissuta come negativa, per curare e produrre, in ultima analisi, quello stato di equilibrio tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori di noi che chiamiamo ben-essere.
E l'immaginazione non significa scappare nella fantasia, fuggire dalla realtà, come qualcuno potrebbe obiettare, ma significa attivare quel mezzo senza del quale ricadremmo nelle stesse, ripetitive, infruttuose modalità con cui cerchiamo di rimediare ad una precaria immagine di noi stessi.
In altre parole, l'immaginazione ci apre alla creatività, dove lasciare che l'immagine corporea diventi una molteplicità di immagini, come una molteplicità di specchi, che ci muovano lontano da una visione rigida e stereotipata di noi stessi.
(...) 
Si intravede sempre di più come l'immagine corporea, declinata in tutta la sua complessità di elementi culturali, sociali, relazionali, familiari, di dialoghi interni, di emozioni va ben oltre un semplice riflesso, ma è l'ipse ego sum (questo sono io), è il poter iniziare a dire chi siamo, lo scoprire che rapporto abbiamo con noi stessi e con gli altri, è lo scoprire le origini del nostro modo di stare al mondo.
Cosa della mia esperienza presente e passata ha contribuito a far si che io oggi mi rappresenti in questo modo? A cosa mi serve vedermi in questo modo? Che tornaconto ne ottengo nella mia vita? Se questa immagine è la base inconsapevole, attraverso la quale leggo le mie esperienze, posso accorgermi anche della pericolosità di un'immagine di me negativa rispetto al futuro che vado costruendomi, perché ogni nuova esperienza passata attraverso un setaccio di tal sorta non può che generare malcontento e insoddisfazione o l'esperienza dolorosa di rifare (e adesso capiamo un po' perché), gli stessi errori. 
L'immagine corporea ci appare ora in tutta la sua natura psichica ma anche nel la sua intrinseca funzione di creare la realtà soggettiva. Quindi L'immagine corporea come riflesso, proiezione del nostro esperire ma anche proiettore, strumento di creazione di esperienza.
Allora, cosa vediamo quando ci guardiamo allo specchio?
A partire da una figura simmetrica, identica a noi, ma che sta da un'altra parte, di là da una tersa superficie di vetro o di metallox si apre un mondo tra i più ricchi e intriganti, non trovate?
Perché nel guardarci allo specchio, come Lacan sostiene, c'è, sin dall'infanzia un tentativo di conoscenza di sé, ed in effetti la cosiddetta "fase dello specchio" del bambino segna un passaggio importante nel percorso di formazione dell'identità dello stesso. Da un giorno all'altro, succede che un bambino guardandosi allo specchio si guardi e capisca che l'immagine riflessa non è di un altro bambino ma che è lui stesso. Da questo fatto Lacan fa derivare la nascita dell'Io. 
Da questo punto di vista potremmo considerare "il guardarsi allo specchio" un'azione che mantiene quest'ottica guardandola quindi come quel gesto che compiamo quotidianamente e che più o meno consapevolmente ha a che fare con l'interrogarsi su come ci sentiamo, come ci apprestiamo ad affrontare la giornata. 
In altre parole, è un modo per prendere contatto visivo con noi stessi, il nostro sentirci, o meno, integri (non a caso si usa l'espressione "sentirsi a pezzi"). 
Dunque, l'identità ed il rapporto con lo specchio come incontro con chi siamo.»

Ritornando a me, alla luce di tutte queste spiegazioni, l'immagine corporea che ho di me, coincide con quella reale solo nell'immediato. E' subito dopo che attivo meccanismi di auto-difesa per compiacermi. 
Sono curiosa di vedere cosa succederà quando perderò peso. Già da ora non riesco proprio ad immaginarmi o visualizzarmi da magra. Mi chiedo, riuscirò a vedermi per come sono e incontrarmi con me stessa?
Allo specchio interiore l'ardua sentenza.

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