20 May 2012

ambasciator porta pena?

Angel crying on a child's grave - maphler

in un certo senso, il fatto di vivere così lontano fortunatamente mi protegge dalla quotidianità di casa Italia e non mi riferisco alle notizie o ai fatti di cronaca nazionale, che volente o nolente mi arrivano in tempo reale. Parlo di fatti personali che mi riguardano ma anche no. Di fatti e misfatti, ormai triti e ritriti dei quali farei volentieri a meno ma che comunque mi arrivano. Ci pensa quasi sempre mia madre, con dovizia di particolari, ad aggiornarmi. Un trattamento diametralmente opposto, invece, viene riservato a quelle notizie più o meno preoccupanti che riguardano direttamente loro o chi amo. Lì entra in azione, non per mia volontà, un filtro potentissimo: sei così lontana, che puoi fare? (le valige e partire no eh?!). Non ti voglio fare preoccupare, quindi non te lo dico proprio.
Il più delle volte ci arrivo lo stesso alla verità perchè, come si dice, 'conosco i miei polli' ma, fosse per loro, rimarrei all'oscuro. Non c'è cattiveria in questo, anzi l'esatto contrario, lo so. E' la sindrome della chioccia in una delle sue tante espressioni. Il fatto è che io invece voglio sapere sempre e comunque tutto delle persone a cui tengo. I miei lo sanno e anche se a malincuore, il più delle volte, si adeguano. O almeno così spero.
Anche io non dico tutto (tipo: Isabella si è sbucciata un ginocchio cadendo con i pattini, omissis), ma le cose importanti, soprattutto se c'è di mezzo la salute, non le nascondo. Prima di tutto per egoismo personale, ho bisogno di far sapere a chi mi vuole bene i fatti così come sono: condividere le gioie me le rende ancora più gioiose e condividere le difficoltà mi aiuta a sopportarle. E poi perchè trovo che sia giusto informare a prescindere: chi mi vuole bene ha il diritto di sapere.
Se mia madre mi chiama di buon'ora e non c'è nessuna ricorrenza da festeggiare, allora sono quasi sicuramente notizie spiacevoli o peggio. Come ieri mattina. Mi ha svegliata per dirmi del terribile attentato nella nostra città, Brindisi, che mi ha praticamente scioccata e di una lettera di Equitalia indirizzata a me nella quale si intima di pagare tributi relativi a più di dieci anni fa. Un vecchio contenzioso con il mio consulente del lavoro dell'epoca, che evidentemente non ha ancora risolto la questione.
La prima notizia, ovviamente, mi ha distrutta. Qualche ora più tardi sarei lo stesso venuta a saperla, ma di seconda mano, per così dire. Nelle parole di mia madre, invece, tutta la disperazione di chi in quella città ci vive rassegnata da più di cinquant'anni e sa cosa sono le bombe. 
Siamo cresciuti con negozi fatti saltare in aria perchè i proprietari si rifiutavano di pagare il pizzo, con i contrabbandieri che tenevano in scacco un intero territorio, con amministrazioni colluse e inerti che negli anni si avvicendavano affossando sempre più la città, con la quasi totale assenza dello Stato, con l'inarrestabile degrado sociale, culturale e ambientale di una terra altrimenti bellissima.
Pensi che sei così lontana da lì, da quella che è stata la tua casa per trent'anni, e che certe cose non ti toccano più direttamente. Pensi di essere "salva". Ma non è per niente così. Ripiombi, con tutte le scarpe, in quel clima asfissiante e angosciante al quale, un pò di anni fa, ti sei ribellata andandotene. E ti chiedi per l'ennesima volta come sia possibile che qualcuno possa essere in grado di commettere un crimine così agghiacciante. Sarà mai trovato il colpevole o i colpevoli? I miei concittadini faranno la loro parte non rifugiandosi nell'omertà? Si potrà contare sullo Stato? C'è ancora uno Stato? Inizierà, come sempre in questi casi, l'irrispettosa giostra mediatica tutta italiana, che alla spietata ricerca di odiens, farà sciacallaggio sulla vita delle vittime e dei parenti che le piangono?
Tanti interrogativi strazianti e un'unica incontrovertibile amara certezza: un'altra innocente è morta.
Ambasciator purtroppo a volte porta pena.

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