27 April 2007

i cani che sparano

MEMORIE DI MORTE. Foto: Newscom.
ancora lì, un nodo alla gola permanente e una sensazione amara dentro, miscuglio di tristezza profonda, incredulità, impotenza, vergogna, rabbia. 
Non so, davvero non so. . . Ieri ho visto “Shooting Dogs” un film del 2005, testimonianza fedele sul genocidio in Rwanda del 1994, nato dalla volontà dei superstiti di far conoscere la straziante realtà di quei giorni (senza pastorizzazioni hollywoodiane) per non dimenticare e non ripetere. Raramente si vedono film così crudi da scuoterci, toccarci, farci sentire qualcosa. Shooting Dogs è uno di questi. 
Ci sono scene che mi resteranno dentro per tutta la vita. Una sconvolgente, incredibile esperienza. 
Mi vergogno perchè fino a ieri non sapevo cosa fosse veramente successo in quel posto. Quando accadde, pensavo a qualcosa che avveniva in Africa, lontano, lontanissimo da me. Ed è proprio questo il problema di sempre, no? Io faccio parte di quei fortunati della terra, che non apprezzano il benessere di cui godono, e che non si interessano concretamente di quello che succede al di là della propria porta di casa, a meno che, oltre quella porta non ci siano i propri interessi economici da tutelare. Scandaloso ma vero e di questa grande ipocrisia siamo tutti consapevoli.


In 100 giorni, dal 6 aprile 1994 a metà luglio, fra 800.000 e 1.071.000 di esseri umani sono stati massacrati, un genocidio di proporzioni nettamente superiori a quelle dell’olocausto nazista, nell'indifferenza più totale di tutto il mondo, o forse sarebbe meglio dire con la sua complicità.

Be' io, come tutti, non ero là con il machete, i martelli chiodati o le asce a macellare bambini, donne, uomini. Però, cosa abbiamo fatto per impedirlo? Niente.

Anzi, a ben vedere, si scopre che ne siamo, a più riprese, gli artefici.
Le vittime, infatti, furono in massima parte di etnia Tutsi, che costituiva una minoranza rispetto agli Hutu, a cui facevano capo i due gruppi paramilitari principalmente responsabili dell'eccidio, Interahamwe e Impuzamugambi. E le divisioni etniche del Paese sono state opera principalmente del dominio coloniale europeo. Nel periodo pre-coloniale la differenza tra Tutsi e Hutu era di clan o di stato sociale (il Tutsi solitamente era ricco perché possedeva più di dieci mucche). Dopo la colonizzazione tedesca ed in seguito belga, la distinzione tra le due etnie fu fatta al fine di gerarchizzare i ruoli: il bianco domina i Tutsi che a loro volta dominano gli Hutu. Infine, è ai governatori belgi che si deve l'introduzione scellerata di una carta di identità etnica!

Davvero non so. Sono in subbuglio, mi sento toccata fino all'ultima molecola del mio corpo da una sensazione di mortificazione e disgusto, mai provata in questa intensità.
Ciò che mi rende ancora più triste, è che mi sento impotente. Mi chiedo cosa potrei o dovrei fare io per dare il mio contributo e cercare di curare questo mondo così profondamente malato e fare in modo che queste atrocità non si ripetano più. La risposta la conosco ed è per questo che mi sento così.
Io non sono nella stanza dei bottoni, e non potrò mai arrivarci. Chi invece è in quella stanza, i bottoni li usa a proprio piacimento, discettando sul significato delle parole come GENOCIDIO o LIBERTA', per giustificare il proprio sporco operato e la propria malafede.

Quando nel gennaio del 1994 (tre mesi prima dell'inizio dei massacri! n.d.r.) il Dipartimento per le Missioni di Pace delle Nazioni Unite ricevette un fax nel quale il generale Romeo Dellaire, comandante del contingente ONU inviato in Rwanda (3000 uomini), avvisava del probabile ed imminente pericolo di genocidio, si guardò bene dall'inviare la richiesta d'intervento alla Segreteria Generale o al Consiglio di Sicurezza.
Anche gli USA sapevano, grazie ad un rapporto della CIA, che si stava preparando uno sterminio che avrebbe provocato non meno di 500.000 morti. Però l’amministrazione dell’allora presidente Bill Clinton, decise di non partecipare ad una missione di pace che non aveva alcun interesse per la propria nazione. La stessa amministrazione consigliò agli altri Paesi di non intervenire in Rwanda e vietò ai suoi delegati dell’ONU di usare il termine “genocidio” durante le riunioni, questo perché se fosse stato dichiarato pubblicamente che di genocidio si trattava, la comunità internazionale sarebbe dovuta intervenire con un certo piglio!
In Rwanda l'ONU dunque si trincerò formalmente dietro il letterale contenuto del proprio mandato (“garantire la tregua firmata dai rappresentanti delle fazioni contrapposte nella guerra civile rwandese”), che aveva regole di ingaggio ambigue e inconcludenti, soprattutto riguardo alla difesa dei civili.
Il titolo del film si riferisce proprio al fatto che i caschi blu dell'ONU che stanziavano, insieme a decine di migliaia di rifugiati Tutsi all'interno di una scuola, erano disposti a sparare i cani che, al di là del cancello, mangiavano i cadaveri che giacevano ovunque per terra, per prevenire un loro possibile attacco .
Gli stessi soldati però non potevano sparare contro gli Hutu che, armati fino ai denti, aspettavano proprio fuori quel cancello pronti a macellare ogni donna, bambino e uomo Tutsi che gli fosse capitato fra le mani (il contorto concetto era: “possiamo aprire il fuoco solo contro chi ci spara a sua volta” n.d.r.).
Sempre in questa atroce vicenda, il fondo viene toccato quando Francia, Gran Bretagna e Belgio inviarono truppe per la protezione e l'evacuazione dei propri cittadini, cani e gatti compresi. Salvati gli europei, quindi, la comunità internazionale con l'ONU in testa, abbandonarono i rwandesi alla furia dei machete, mentre discutevano se si tratasse o meno di genocidio!
Il termine genocidio - derivante dal greco ghénos razza, stirpe, e dal latino caedo uccidere - indica l'eliminazione fisica, spesso attuata con metodi brutali, di un determinato gruppo di persone, siano esse una popolazione nazionale, una razza, un gruppo etnico od una comunità religiosa. Anche la sottomissione intenzionale di un gruppo a condizioni di esistenza che ne comportino la scomparsa sia fisica sia culturale, totale o parziale è di solito inserita sotto la definizione di genocidio. -- Wikipedia docet
Allora come possiamo “definire” il fatto che per 100 giorni si susseguono massacri e barbarie di ogni tipo? Si vedono genitori uccidere i propri figli, mariti uccidere le mogli, parenti ed amici scannarsi tra di loro, il sangue scorre a fiumi, vengono scavate le fosse comuni. La radio estremista incita le truppe e gli Hutu a non risparmiare nessuno, anzi si complimenta con le varie zone che hanno ucciso più Tutsi nelle giornate precedenti, invitando gli altri ad emularli. Chi vuole morire con dignità arriva a pagare i propri carnefici: il tutto per risparmiarsi colpi di machete o di bastoni chiodati. Le foreste vengono bruciate per stanare gli “inyenzi” (= scarafaggi) Tutsi. Oltre ai feroci omicidi di massa si perpetra sistematicamente la violenza sessuale. Anche se quasi tutte le donne furono uccise prima di poter raccontare le loro storie, un rapporto proprio delle Nazioni Unite ha concluso che durante il genocidio almeno 250.000 rwandesi furono sistematicamente stuprate. Le violenze, per lo più compiute da molti uomini in successione e pubblicamente per moltiplicare il terrore e la degradazione, vengono spesso accompagnate da forme di tortura fisica (le donne dopo essere state violentate vengono riempite di chiodi o acido al loro interno). Spesso gli stupri erano preludio della morte, ma a volte le vittime non venivano uccise: l'umiliazione avrebbe così colpito non solo la vittima ma anche le persone a lei più vicine.
La verità fondamentale è che ciò che è accaduto in Rwanda non aveva a che fare solo con il Rwanda - aveva a che fare con tutti noi. 
Ma perchè mi stupisco e inorridisco? Non lo sapevo forse che il mondo è diviso in persone di “prima scelta”, una “categoria superiore”, assoluta minoranza che decide, e tutto il resto che subisce? La parte più ostinata di me si ribella e si rifiuta di accettare questa come unica e agghiacciante realtà. E mi vengono in mente le parole di Father Christopher, il protagonista del film...

Father Christopher: You know what Joe? People have been coming to mess here for God knows how long. They got up, they go to church, they sing, they genuflect, they kneel and they leave.
You know why? Because they are told to!
They just go through the motions, without the slightest understanding of what it is they are engaged in, whether they have been told to eat a wafer-host or hack their own flesh and blood to death 
Joe: You're wrong Father. I know you've made a difference!
Father Christopher: I've spent 30 years on this bloody continent. The only thing we ever had and did ever stayed the same was HOPE. . . Always had Hope, Joe. In fact it's all we ever had... Now, I think, we're running dry...

26 April 2007

poco prima che ti addormenti...

Gustav Klimt - "Mutter und Kind", 1905 (Madre e bambino)

Fra le mie braccia.
La testolina appoggiata al seno.
Gli occhi socchiusi e sognanti...

Ti accarezzo i capelli, il naso, le guance.
Dolce, mi sorridi.
E' un momento unico e prezioso.
Solo per me e te. . .
. . .Stato di Grazia allo stato puro.
E il cuore straripa d'Amore.


25 April 2007

verso l'Isola che non c'è...


25 aprile 2007 giorno della mia personalissima "Liberazione". Sì, da oggi anche io ho il mio diario nella rete,  web-log o blog che dir si voglia. 
Non sono mai stata una scrittrice metodica e costante e per questo non ho mai avuto un diario. Ma, essendo da ormai 5 anni un'italiana con valigia e parlando quotidianamente in una lingua che non è la mia, sentivo forte la necessità di creare uno spazio personale nel quale concedermi il piacere di esprimermi e soprattutto interagire con altre persone (quale posto più ideale del  wu wu wu?!), soprattutto nella lingua che mi appartiene, che sento mia e che altrimenti rischio di perdere. Personalmente credo, inoltre, che buona per quanto possa essere la padronanza di una lingua straniera, ci sono delle sfumature, delle sottigliezze, dei modi di dire, che possono essere espressi e condivisi efficacemente solo nella lingua madre. E di mamma si sa ce n'è una sola! 
Le mie paroledicioccolato saranno, dunque, la mia bacheca, la mia bottiglia, dove, di tanto in tanto, lascerò messaggi fatti di me, dei miei pensieri, delle mie emozioni, contraddizioni, paure, sogni e ricordi che popolano il mio mondo, con l'intima speranza che possano approdare nel mondo di qualcun altro che, raccogliendoli, a sua volta, vorrà condividere e confrontare i suoi con me. Tutto senza pretese, soprattutto da me stessa. 
Buon viaggio ;)

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